Seneca - Liber Ii

Capitolo 28

Si volumus aequi rerum omnium iudices esse, hoc primum nobis persuadeamus, neminem nostrum esse sine culpa; hinc enim maxima indignatio oritur: 'nihil peccavi' et 'nihil feci'. Immo nihil fateris. Indignamur aliqua admonitione aut coercitione nos castigatos, cum illo ipso tempore peccemus, quod adicimus malefactis adrogantiam et contumaciam.
2. Quis est iste qui se profitetur omnibus legibus innocentem? Ut hoc ita sit, quam angusta innocentia est ad legem bonum esse! Quanto latius officiorum patet quam iuris regula! Quam multa pietas humanitas liberalitas iustitia fides exigunt, quae omnia extra publicas tabulas sunt!
3. Sed ne ad illam quidem artissimam innocentiae formulam praestare nos possumus: alia fecimus, alia cogitavimus, alia optavimus, aliis favimus; in quibusdam innocentes sumus, quia non successit.
4. Hoc cogitantes aequiores simus delinquentibus, credamus obiurgantibus; utique bonis ne irascamur (cui enim non, si bonis quoque?), minime dis; non enim illorum , sed lege mortalitatis patimur quidquid incommodi accidit. 'At morbi doloresque incurrunt.' Utique aliquo defungendum est domicilium putre sortitis.
5. Dicetur aliquis male de te locutus: cogita an priorfeceris, cogita de quam multis loquaris. Cogitemus, inquam, alios non facere iniuriam sed reponere, alios pro nobis facere, alios coactos facere, alios ignorantes, etiam eos qui volentes scientesque faciunt ex iniuria nostra non ipsam iniuriam petere: aut dulcedine urbanitatis prolapsus est, aut fecit aliquid, non ut nobis obesset, sed quia consequi ipse non poterat, nisi nos reppulisset; saepe adulatio dum blanditur offendit.
6. Quisquis ad se rettulerit quotiens ipse in suspicionem falsam inciderit, quam multis officiis suis fortuna speciem iniuriae induerit, quam multos post odium amare coeperit, poterit non statim irasci, utique si sibi tacitus ad singula quibus offenditur dixerit 'hoc et ipse commisi'.
7. Sed ubi tam aequum iudicem invenies? Is qui nullius non uxorem concupiscit et satis iustas causas putat amandi quod aliena est, idem uxorem suam aspici non vult; et fidei acerrimus exactor est perfidus, et mendacia persequitur ipse periurus, et litem sibi inferri aegerrime calumniator patitur; pudicitiam servulorum adtemptari non vult qui non pepercit suae.
8. Aliena vitia in oculis habemus, a tergo nostra sunt: inde est quod tempestiva filii convivia pater deterior filio castigat, et nihil alienae luxuriae ignoscit qui nihil suae negavit, et homicidae tyrannus irascitur, et punit furta sacrilegus. Magna pars hominum est quae non peccatis irascitur sed peccantibus. Faciet nos moderatiores respectus nostri, si consuluerimus nos: 'numquid et ipsi aliquid tale commisimus? Numquid sic erravimus? Expeditne nobis ista damnare?'
28. Anche noi abbiamo le nostre colpe [1] Se vogliamo essere giudici giusti di tutte le situazioni, in primo luogo dobbiamo convincerci che nessuno di noi è senza colpa. Lo sdegno maggiore nasce da questa mentalità: "Non ho commesso colpa" e: "Non ho fatto niente". No: è che non confessi nulla! Ci sdegniamo se ci è stata inflitta una ammonizione o una pena e, nello stesso tempo, pecchiamo di nuovo, aggiungendo al male fatto l'arroganza e la ribellione. [2] Chi è costui, che si professa innocente davanti a tutte le leggi? Ed ammesso che sia così, che innocenza striminzita è l'esser buoni a norma di legge! Quanto è più estesa la regola del dovere di quella della legge! Quanti obblighi impongono la pietà, l'umanità, la liberalità, la giustizia, la lealtà, tutti valori che non sono traducibili in leggi dello Stato! [3] Ma non riusciamo nemmeno ad esser fedeli a quella normativa ridotta all'osso: alcune cose abbiamo fatto, altre pensato, altre desiderato, altre favorito; di certe azioni, siamo innocenti perché non ci sono riuscite. [4] Pensando a questo, siamo più giusti con chi sbaglia, abbiamo fiducia in chi ci rimprovera; non adiriamoci per nulla con i buoni (e con chi non dovremmo adirarci, se lo facciamo anche con i buoni?) e, soprattutto, non adiriamoci, con gli dèi: non è per legge loro, ma per la nostra condizione di mortali, che soffriamo i disagi che ci accadono. "Ma ci piombano addosso malattie e dolori". In un modo o nell'altro, dovremo pur lasciare questa casa fatiscente, che ci è toccata in sorte. Ti diranno che uno ha parlato male di te: pensa se non sei stato il primo tu, pensa di quante persone parli. [5] Riflettiamo, direi, che alcuni non ci fanno ingiuria, ma ce la ricambiano, che altri lo fanno per il nostro bene, altri sono costretti ad agire così: altri non se ne rendono conto, e che anche quelli che agiscono scienti e volenti, nell'offenderci non si propongono di offendere noi: uno s'è lasciato trascinare dalla piacevolezza d'una battuta, un altro ha fatto quel che ha fatto non per nuocere a noi, ma perché non poteva arrivare senza metterci da parte; accade che anche l'adulazione offenda, mentre cerca di blandire. [6] Chiunque richiamerà alla memoria quante volte ha accolto sospetti infondati, quante volte il caso ha fatto somigliare ad ingiurie i suoi buoni uffici, quante persone ha cominciato ad amare dopo averle detestate, sarà in grado di trattenersi dagli scatti d'ira, soprattutto se, ad ogni fatto che l'offende, dirà tra sé e sé: "Questo lo ho commesso anch'io". [7] Ma un giudice così giusto, dove lo troverai? Colui che non desidera una donna, se non è moglie di un altro, e ritiene che l'esser la donna altrui sia motivo sufficiente per innamorarsene, non permette a nessuno di guardare sua moglie; lo sleale è il più esigente nel pretendere la lealtà; il calunniatore non sopporta assolutamente che gli si faccia causa e colui che non ha alcun riguardo al proprio pudore, non vuole che s'attenti a quello dei suoi schiavetti. [8] I vizi degli altri li abbiamo davanti agli occhi, i nostri ci stanno dietro la schiena: ed ecco che un padre, più intemperante del figlio, ne rimprovera i banchetti troppo prolungati, che non perdona nulla all'altrui lussuria quel tizio che nulla nega alla propria, che il tiranno s'adira contro l'omicida ed il sacrilego punisce i furti. Ci sono moltissimi uomini che s'adirano non contro i peccati, ma contro i peccatori. Diventeremo più moderati, se volteremo lo sguardo a noi stessi e ci chiederemo: "Non abbiamo fatto anche noi cose simili? Non abbiamo sbagliato allo stesso modo? Ci giova condannare queste azioni?".